Disturbo bipolare

Sempre più spesso capitano al mio studio di Prato pazienti con una diagnosi che si portano appiccicata addosso da anni, l’etichetta dice severa: “Depressione Bipolare”. Dal momento della definizione si susseguono anni di medicine, anni di sofferenza e la convinzione, sempre più marcata che le cose non cambieranno mai, che da questa condizione esistenziale non se ne possa mai uscire davvero. Ancor più ed ancor peggio le persone non sanno fino in fondo da che cosa sono afflitte, lo sentono, lo immaginano, ma lo psichiatra (o chi per lui) non ha perso tempo a spiegare, e loro non sono riusciti a capire. A volte lo sguardo è di sfida “Sono bipolare e allora?!”; altre volte, più spesso, è di rassegnazione.

Ma che cos’è il disturbo bipolare di cui tanto si sente parlare in psicologia o psichiatria e che risulta essere la diagnosi più gettonata degli ultimi tempi? Molto semplicemente il disturbo bipolare è una depressione che presenta periodi di umore euforico od irritabile. Semplice no? Il problema si pone se si riduce all’osso la condizione. Infatti quale vita non è fatta di episodi di tristezza e momenti di euforia? E cosa distingue dunque il normale andamento fra alti e bassi di una vita sana, dalla patologia di uno sfrenato “sali e scendi”? Essenzialmente la sofferenza. Quanto più una persona soffre nei suoi momenti di tristezza e quanto invece si esalta nei momenti di eccitazione. Chi soffre di questo disturbo può passare dalla più cupa rassegnazione e stagnazione, dal buio più nero dell’anima (tanto da non muoversi più dal letto per interi giorni) alla gioia sfrenata per una progetto irreale ma che sulla spinta dell’eccitazione sembra facilmente alla sua portata. Per poi ripiombare al buio, in una montagna russa pericolosissima e destabilizzante. Destabilizzante non soltanto per il paziente ma anche per tutti coloro che si trovano accanto al “bipolare” e che per qualche mese hanno a che fare con una salma, ed il mese successivo invece con un esaltato.

Ma da questa patologia si guarisce?

Si. A patto però che vi sia una buona scelta di professionisti e che ognuno (psichiatra, psicoterapeuta e SOPRATTUTTO l’intera famiglia) facciano la loro parte. Le medicine spesso sono essenziali nella prima fase della terapia perché riescono in breve tempo a stabilizzare l’umore del paziente e permettono poi l’intervento di una psicoterapia e di una riorganizzazione familiare. Ma le medicine NON possono mai essere considerate l’unica strada da percorrere quando si ha a che fare con malattie che nascono da un motivo, da una storia, da una sofferenza.

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